Rapporti commerciali tra Genova e la Sardegna nel XII e XIII secolo: Sezione Prima - Cenni storici
1. Importanza commerciale della Sardegna*
L'importanza commerciale della Sardegna nel Medioevo è dovuta in gran parte alla sua particolare posizione geografica, che ben spiega la più che secolare contesa nel XII e XIII secolo delle due più potenti città marinare del Tirreno, Genova e Pisa, per il loro predominio nell'isola.
«La
posizione geografica delle isole [Sardegna e Corsica], scalo obbligatorio per
qualunque nave in partenza tanto da Genova che da Pisa, il loro valore
strategico per il dominio del Tirreno, la relativa facilità di esercitarvi
un'influenza sfruttando le profonde rivalità tra i piccoli stati locali,
contribuivano a polarizzare le ambizioni di esse»[1].
2. L'impresa contro Mugiâhid (1015-1016)
Sembra tuttavia che solo a partire
dall'inizio del secolo XI Genova e Pisa, agli inizi della loro potenza economico-politica,
rivolsero i loro interessi alla Sardegna. Ciò avvenne più per ragioni storiche
che per ambizione di predominio.
In seguito alla dissociazione
dell'Impero carolingio e alle invasioni degli Ungari, degli Slavi e dei Normanni,
dopo la metà del IX secolo, l'Europa si venne a trovare in una profonda crisi
politica, militare, economica, che aveva permesso agli Arabi di riprendere
l'offensiva su tutto il Mediterraneo occidentale. Inutilmente nel secolo X
tanto Pisa che Genova avevano compiuto piccole razzie, azioni di rappresaglia,
piccole spedizioni marittime, controffensive nei territori occupati dagli Arabi[2]. Ma quando il
conquistatore balearico Mugiâhid nel 1015 si impadronì con una forte flotta
della Sardegna e della Corsica, venendo così a trovarsi minaccioso proprio di
fronte sia a Genova che a Pisa, entrambe le città si avvidero della necessità di
combattere insieme il comune nemico partecipando all'impresa propugnata
verosimilmente da Benedetto VIII[3]. Di fatto le flotte
congiunte di Genova e Pisa ottennero una prima vittoria nel 1015 e una vittoria
decisiva l'anno seguente, ponendo fine al dominio arabico in Sardegna e
Corsica.
«Fin qui - osserva Lopez - le fonti arabe pisane genovesi tedesche provenzali si possono mettere d'accordo, nonostante le gravi discrepanze che intercorrono tra loro. Ma non è più possibile servircene per quel che concerne le conseguenze della vittoria, perché tutti i racconti che ci sono pervenuti sono stati scritti più tardi, quando tra Pisa e Genova, gli Obertenghi, poi anche i conti di Provenza, s'era accesa la gara per il possesso della Sardegna e della Corsica. Perciò ognuno dei contendenti andò a cercare argomenti polemici e giuridici per la propria tesi ricamando sulla ormai remota spedizione contro Mugiâhid: ossia esaltando oltre misura la parte presa dai propri antenati e facendo cominciare le proprie conquiste da allora. Invece è quasi certo che non vi fu alcuna presa di possesso immediato, e che le isole tornarono pressappoco allo statu quo ante, sotto i capi locali che se n'erano diviso il dominio»[4].
Fig. 2: R.S. LOPEZ, Storia delle colonie genovesi nel Mediterraneo, Bologna 1938
Così pure - osserva Teofilo Ossian De Negri -
vanno considerate come mera invenzione capziosa le notizie di un accordo tra
Genovesi e Pisani per cui, a impresa compiuta, ai Genovesi sarebbe spettato il bottino ed ai Pisani la terra[5]. Pura invenzione
posteriore è anche la notizia che Benedetto VIII avesse concesso ai Pisani
l'investitura della Sardegna[6].
3. Penetrazione economica
Tra tanti punti oscuri sulle
conseguenze della vittoria pisano-genovese su Mugiâhid resta vero che l'impresa
del 1015-16 segna l'inizio della penetrazione economico-commerciale dei Pisani
e dei Genovesi tanto in Sardegna che in Corsica.
Per molti anni gli uni e gli altri
poterono concorrere pacificamente ad aprire le due isole all'influenza
economica del continente. Così avvenne che numerosi mercanti Genovesi, in gara
con quelli Pisani, compravano sale, poi grano, formaggi, pellami, legni, cuoi,
lane e vi vendevano spezie e prodotti manifatturati del continente. Al pari dei
Pisani, i Genovesi ottenevano dai giudici di Sardegna concessioni di terre,
garanzie di libero commercio, esenzione da dazi, larghe immunità,
riconoscimenti d'omaggio a favore della chiesa cattedrale di S. Lorenzo.
«In cinquant'anni, la rete degli
interessi e forse anche l'attività di colonizzazione non politica di entrambe
le città si era grandemente sviluppata»[7].
Ma dalla gara commerciale a quella
politica il passo è breve. Così avvenne che dalla seconda metà del secolo XI
Pisani e Genovesi entrarono frequentemente in aperto conflitto ed anche quando
cessavano le ostilità continuava la lotta sorda per accaparrare dai giudici
locali le più ampie concessioni e numerosi privilegi economici.
I Pisani erano favoriti dal Papa, che da tempo accampava i diritti di sovranità sopra le due isole, per la loro abile politica
di fiancheggiamento della S. Sede e lo dimostra il fatto che l'arcivescovo
pisano era spesso legato pontificio per la Sardegna con
diritto di controllo su tutti i vescovi dell'isola:
«supremazia religiosa - scrive R. Ciasca
- che velava di sottilissimo velo la potestà politica, e che fra secolo XI e XII trovò espressione in un
complesso di cessioni, d'immunità, di privilegi. goduti da consoli e ufficiali
pisani, in giuramenti di fedeltà, in donazioni di territori, in promessa di pagamento
di canone annuo da parte dei Sardi»[8].
I Genovesi erano invece abilissimi nel saper sfruttare le occasioni offerte loro dalle
frequenti discordie tra i giudici dell'Isola, ora appoggiando l'uno ora
l'altro. In tal modo essi riuscivano a
controbilanciare e contendere la supremazia pisana.
4. I Genovesi nel giudicato di Cagliari
I Genovesi per tutto il secolo XI avevano commerciato liberamente al pari
dei Pisani nel giudicato di Cagliari, ma all'inizio del XII tentarono addirittura il sopravvento.
Le carte «portolane» (dal latino portus, porto) erano descrizioni pratiche per la navigazione costiera e portuale nel Mediterraneo. Le prime portolane risalgono al XIII secolo. Esse facilitavano la navigazione perché si basavano su osservazioni fornite dai marinai. Da allora furono costantemente migliorate, rendendo la navigazione più sicura.
Le portolane contenevano solo informazioni essenziali (distanze stimate secondo le direzioni indicate dalla bussola, località costiere e indicazione dei porti). I nomi dei porti più importanti erano scritti con inchiostro rosso.
Le linee tricolori (nero, rosso, verde) rappresentavano i 32 venti o direzioni indicate dalle bussole di allora e consentivano al marinaio di tracciare la rotta da un porto all'altro, per es. tra Pisa e Cagliari, tra Genova e Porto Torres. Molte portolane furono create da cartografi genovesi e pisani.
Nel 1105 Mariano di Lacono detto Torchitore era stato scacciato dal suo giudicato di Cagliari. O che egli chiese aiuto ai Genovesi o che questi glielo offrirono, Ottone Fornaro, uno dei consoli della città, armò sei galee e rimise Mariano nella sua città[9]. Questi riconoscente donò alla chiesa cattedrale di S. Lorenzo in Genova sei casali ("curtes" o "donicalie") situati nello stesso suo giudicato e le si fece tributario d'una libra d'oro ogni anno, imponendo a sé e ai suoi eredi un’ammenda di cento libre d’oro ove con cavilli avessero voluto o annullare o sminuire quella donazione o in qualunque modo tentato di sottrarsi all’imposto tributo[10].
Di fronte a tali concessioni fatte
ai Genovesi, i Pisani venivano a trovarsi in uno stato di inferiorità. Perché
ciò non accadesse essi pure riuscirono a farsi concedere dallo stesso Mariano
altrettante donazioni e analoghi privilegi.
5. I Genovesi nel giudicato di Arborea
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«donò alla Chiesa di S. Lorenzo e alla Repubblica una chiesa nella pianura di Arborea, nominata S. Pietro de Claro con la sua rendita assai buona; e donò eziandio la metà delle montagne di tutto il suo regno nelle quali si cava la vena dell'argento, e le promise di dare dell'altre cose: e la carta di questa donazione si serva nel registro del Comune»[11].
Analoghe concessioni otteneva però anche Pisa dai giudici di Torres e di Gallura in cambio dell'aiuto prestato loro contro l'ambizioso Comita. Sta di fatto - osserva Lopez[12] - che in tre anni (1131-1133) Pisa e Genova misero l'ipoteca sulle miniere argentifere dell'isola. Intanto si stanno delineando sempre di più 1e aree d'influenza e di predominio delle due città. Genova prevale nell'Arborea, Pisa in Gallura e nel Logudoro (Torres). Il giudicato di Cagliari è conteso da entrambe.
Fig. 4: Un altro ausilio fondamentale per una navigazione sicura era costituito dai fari. Il faro simbolo di Genova, la Lanterna, risale al 1128. Con i suoi 77 metri è il più alto del Mediterraneo.
6. Il caso Barisone
Nel 1164 il giudice Barisone d'Arborea veniva
privato di quasi tutto il suo territorio dalle forze congiunte dei suoi due
fratelli, Pietro giudice di Cagliari e Barisone giudice di Gallura, ambiziosi
di estendere il proprio dominio. Ma Barisone d'Arborea, ancor più ambizioso di
loro, si rivolse per aiuto ai consoli di Genova, e per loro mezzo allo stesso
imperatore[13],
allora a Pavia, chiedendo il titolo e le insegne di re. I Genovesi accolsero di
buon grado la richiesta ed essendo allora Barisone privo del denaro richiesto
dal Barbarossa per l'incoronazione si sobbarcarono la spesa non indifferente di
quattro mila marche d'argento. In cambio Barisone si impegnava a restituire a
Genova la somma ricevuta e in più 400 marche d'argento annue come tributo per
l'aiuto che avrebbe ricevuto per la
riconquista del suo territorio. Inoltre prometteva di erigere in Genova un
palazzo reale e abitarlo di quando in quando, di cedere alla chiesa di S.
Lorenzo due “ville” (le rocche di Marmilla e di Arcolento), nonché tanto
territorio in Oristano, quanto bastasse per costruirvi cento case per i
mercanti genovesi che colà trafficavano. Dal canto loro i Genovesi promettevano
di non trattare la pace con Pisa senza il consenso di Barisone e di concorrere
nella metà della spesa per l'armamento di otto galee.
«I Genovesi volevano servirsi del re
creato da loro come d'un fantoccio all'ombra del quale sviluppare la propria
supremazia, e tenerlo legato con obblighi politici, militari, finanziari; e non
appena temettero che Barisone, pentitosi d'essersi attirato la loro troppo
stretta tutela, aderisse ai caldi inviti dei Pisani, lo rinchiusero in una prigione
dapprima larvata, poi senza veli»[14].
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| Fig. 5. Genova ai tempi di Federico II (antica illustrazione) |
Intanto i Pisani entravano anch'essi nel gioco e dietro pagamento di 15.000 marche ottenevano dall'Imperatore la revoca di ogni favore concesso ai Genovesi in loro favore.
Ne nacque una contesa tra le due città. I Genovesi mandavano a fuoco e ruba per rappresaglia i casamenti dei Pisani sui lidi di Torres. Tre galee genovesi scendevano senza contrasti in Arborea e il console Umberto Reccalato faceva riconoscere dalla popolazione il supremo dominio della Repubblica col tributo annuo di 700 lire. Anche il giudice di Cagliari Pietro Barisone, intimorito, giurava fedeltà al Comune di Genova e prometteva di pagare nello spazio di quattro anni 10.000 lire alla repubblica oltre all'annuo censo di 100 lire ed una libra di argento puro per l'Arcivescovo. Analoghe promesse i Genovesi ottenevano dall'altro Barisone giudice di Torres: pagare 2000 lire e vietare ai Pisani di trafficare in quella regione.
I Pisani a loro volta facevano altrettanto, compivano rappresaglie ai danni dei Genovesi e si facevano promettere analoghe concessioni a quelle dei Genovesi dai vari giudici.
Per dirimere la questione si ricorse invano all'Imperatore: quel che contava era la forza delle armi. Intanto nel 1170 Barisone, sotto la protezione dei Genovesi, riuscì a metter piede nel suo giudicato. Le scorrerie delle navi delle due città rivali continuavano. Finalmente nel 1174 l'Imperatore per porre fine alla questione spartì l'isola in due, analogamente a quanto anni addietro aveva fatto Innocenzo II per la Corsica.
Ma i Pisani non erano d'accordo e nel 1187
inviarono a
Cagliari una potente flotta, ne scacciarono i mercanti genovesi e distrussero i loro fondachi e, messo
in fuga il giudice Pietro, sostennero i diritti di Guglielmo, figlio di Oberto, marchese di Massa, che riuscì a farsi riconoscere
giudice di Cagliari (1190-1214). Inutilmente si ricorse a Clemente III.
7. Il predominio pisano
Frattanto nel 1186
era morto senza eredi diretti Barisone d'Arborea. Genova, per assicurarsi un
risarcimento delle spese sostenute: inviò nell'isola il console Guglielmo Burono, il quale
occupò alcuni
castelli arborensi e ottenne che i due candidati
alla successione, Ugone I de Bas e il giudice Pietro, tenessero in condominio e con
eguali diritti il giudicato, avendone in cambio atti di sottomissione,
concessioni economiche, donazioni per la chiesa di S. Lorenzo[15]
e possessi territoriali, che le davano in quella parte dell'isola una posizione di vero privilegio.
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| Fig. 6: Sardegna giudicale |
La penetrazione genovese in Arborea sebbene efficace non fu di lunga durata. Infatti avanzò pretese sul giudicato Guglielmo di Massa giudice di Cagliari in forza dei matrimoni di due sue figlie, Preziosa e Benedetta, rispettivamente con Ugo de Bas e con Barisone di Serra, figlio di Pietro d'Arborea. Di fatto egli, con l'aiuto militare e finanziario dei Pisani (e in parte dello stesso giudice di Torres Costantino II, mosso da mire espansionistiche), riuscì a impadronirsi di gran parte del territorio arborense riuscendo così ad indebolire, se non proprio ad eliminare interamente, l'influenza genovese.
Anche in Gallura
prevalevano i
Pisani con la grande famiglia dei Visconti. Nel 1205, infatti, Lamberto
Visconti, sposando Elena, erede del giudicato, diveniva giudice di Gallura. Ben
presto questi insoddisfatto del proprio territorio assalì successivamente i
giudicati di Arborea e di Cagliari e, per difendersi, Guglielmo di Massa
giudice di Cagliari dovette ricorrere all'aiuto dei Genovesi, che così ben volentieri rimettevano piede in quel
giudicato.
|
Fig.
6: Sardegna giudicale |
Il giudice si
appellò al
papa e ricorse
nuovamente all’aiuto dei Genovesi, concedendo loro nuove facilitazioni
commerciali. Onorio III, allarmato per l'audacia del Visconti, desideroso di
riunire le forze delle città marinare per 1a prossima crociata, impose con l'opera del
cardinale Ugolino il noto trattato di pace, concluso a Parma, tra Venezia, Pisa
e Genova (1° dicembre 1217) col quale i giudici di Arborea e di Cagliari furono
riconfermati nei loro domini. L’anno seguente però Benedetta, rimasta vedova,
venne a trovarsi in balia dei Pisani, che scacciarono nuovamente i mercanti
genovesi da quel giudicato.
I Genovesi
tenteranno ancora i1 sopravvento con il giudice Chiano di Massa, che, volendo
sottrarsi al predominio pisano, ricorse all'aiuto di Genova cedendole il
castello di Castro e impegnandosi a prendere in moglie una Maloncello[16].
I Genovesi però non riuscirono ad occupare 1’importante castello, "ponte
proteso verso l'Africa berbera e chiave del commercio sardo"[17] e dovettero ritirarsi nel castello di S. Igia. Ma i Pisani, dopo lungo assedio,
riuscirono a scacciare i Genovesi anche di lì[18].
Ai primi del XII
secolo Pisa prevaleva dunque nei giudicati di Gallura, Cagliari e in parte dell'Arborea. A
Genova restava il controllo di una parte dell'Arborea e di tutto il Logudoro.
8. Il predominio genovese
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| Fig. 7: Genova, Cattedrale di San Lorenzo |
Nel 1180 il giudice
Barisone II (1153-1181) faceva sposare la figlia Susanna ad Andrea Doria, e più
tardi Comita I (1198-1212) dava in sposa la figlia Giorgia a Manuele Doria, che
ebbe per figlio Nicolò, il quale a sua volta sposerà Preziosa, figlia naturale
del giudice Mariano II (1218-1232), consentendo in tal modo una sempre più larga penetrazione di
questa famiglia genovese in Sardegna e poco mancò che la stessa famiglia
diventasse più tardi padrona del giudicato di Torres[19].
«Solito intreccio tra gli interessi
pubblici e privati e riprova dell'influenza che le maggiori famiglie potevano
esercitare sulla politica generale del Comune»[20].
Quanto Genova
predominasse nel giudicato del Logudoro lo testimoniavano la convenzione del
1216 di Comita II e le successive rinnovazioni. Nel 1216 il giudice Comita II e
suo figlio Mariano, fatti cittadini genovesi senza obbligo di
"abitacolo", giurarono la Compagna nelle mani di Ansaldo Guarraco, rappresentante del
Comune,
«e, oltre all'annuo tributo di 100 lire,
si obbligano a tutte le prestazioni e obblighi fiscali degli altri cittadini
proporzionalmente al loro patrimonio calcolato in 20.000 lire genovesi, alla
difesa di tutto quanto appartiene a Genova, e in primo luogo di Bonifacio, alla
tutela delle cose, delle persone e del libero commercio così di importazione come
di esportazione»[21].
La convenzione fu rinnovata
nel 1224 dal figlio Mariano II, cognato di Manuele Doria, e ancora nel 1233 da Barisone
III, figlio e successore di Mariano II. E' significativo che per il primo rinnovo
aveva rappresentato il Comune Pietro Doria e per il secondo Nicolino Spinola. Senonché anche
nel Logudoro i Genovesi ebbero momenti difficili.
Nel 1236 il giudice Barisone III di Torres venne ucciso in un tumulto popolare, in parte sobillato dai Pisani, contrariati per l'accordo firmato nel 1233, che aveva fruttato a Genova molti privilegi e i suoi mercanti si erano potuti infiltrare nelle varie "ville", avvicinando a sé molti. Sul problema della successione si inserirono Genova, Pisa e lo stesso papa Innocenzo III. Le difficoltà vennero infine superate quando, salita al governo Adelasia, sorella di Barisone III e sposa di Ubaldo Visconti, figlio e successore del giudice di Gallura Lamberto Visconti, Genova riaffermò la sua autorità nel Logudoro. Gli stessi Doria spinsero nel 1238 la giudicessa a pretendere anche il giudicato di Gallura che Ubaldo Visconti, morendo, aveva assegnato non ad Adelasia, cui toccava per la morte di Barisone, ma al proprio cugino Giovanni Visconti.
Nella questione
intervennero nuovamente Pisa, Genova e il papa. Questi intendeva imporre
ad Adelasia uno sposo di sua fiducia per evitare nuove complicazioni politiche. Adelasia si
strinse ai Doria.
Prevalse, com’è
noto, Federico II, che nell'intento di ribadire i diritti dell’impero
sull’isola, riuscì a far accettare la mano del figlio Enzo. Matrimonio infelice
perché un anno dopo Enzo abbandonava la moglie per imprese sul continente,
lasciando nell’isola vicari e sul capo della moglie il peso della scomunica
papale.
Adelasia, per
ottenere l'assoluzione della scomunica e il divorzio da Enzo si avvicinò a
Innocenzo IV (1249). Era un colpo al ghibellinismo, a parare il quale, Federico
II inviò in Sardegna sei galee agli ordini di Ansaldo De Mari suo ammiraglio, e
perseguitò vescovi e sostenitori del pontefice.
«Delle vicende guerresche si giovarono famiglie
genovesi che, avendo prestato al papa e ad Adelasia su garanzia di ville e
corti, non rimborsate puntualmente, s’impossessarono di vastissime proprietà
immobiliari, fondamento della loro potenza politica»[22].
Gli Spinola possedevano vasti latifondi del Logudoro. I Doria avevano le loro roccaforti in Porto Torres e in Alghero. E sull'esempio di queste due grandi famiglie numerose altre acquistarono feudi in Sardegna.
Morta alcuni anni
dopo Adelasia (1255), i domini del Logudoro e di Gallura furono disputati dalla
S. Sede, a cui erano stati lasciati, da Pisa e da Genova.
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Fig. 9: Cagliari, mappa (part.) della città elaborata dall'opera di S. Arquer (1550). |
In un primo tempo ebbe il sopravvento Pisa, che già dominava nel giudicato di Cagliari, tanto che gli Spinola e i Doria furono privati dei loro beni. Ma quando il papa lanciò l’interdetto sulla città e la privò di tutti i diritti sull'isola perché si era avvicinata a Corradino di Svevia sceso in Italia per rivendicare i suoi diritti (1268), Genova prevalse e ben presto Doria e Spinola rientrarono in possesso delle loro terre. Nel 1278 venne stipulato un importante trattato con Sassari[23]. I Genovesi si rafforzarono nel Logudoro ed ebbero praticamente il controllo completo del giudicato[24].
Pisa reagì e s'impadronì
della ben munita Alghero. Ma i Genovesi, guidati da Corrado Doria con 54 galee,
sconfissero nel
1283 la flotta pisana. Pisa non rinunciò alle sue pretese sulla Sardegna
neppure dopo le due gravi sconfitte del 1284 presso Tavolara e alla Meloria.
Alleatasi con Venezia, le due flotte congiunte resistettero davanti al porto di
Cagliari alla guerriglia condotta da Branca Doria ed Enrico Spinola. Il 15
aprile 1288 dovette arrendersi e accettare una dura pace: entro quell'anno
doveva cedere Cagliari e Castelli, il borgo di S. Igia, le saline, il golfo di
Cagliari da Carbonara a Capoterra, Sassari, parecchi castelli di Arborea e
rinunciare completamente al Logudoro. Ma i Pisani ruppero ben presto la pace,
alleati col giudice di Arborea, e ottennero alcuni castelli dell'Iglesiente e del
Cagliaritano. Ma Genova nel 1294 ottenne in piena dedizione Sassari e con le
forze congiunte di Nino di Gallura, i Sassaresi, il marchese Malaspina e Doria
Branca invasero l'Arborea e poco più tardi Genova ebbe la supremazia su gran parte dell'isola.
Ma per Genova non doveva
durare a lungo, perché Bonifacio VIII, mirando ad affermare la sua autorità sovrana,
infeudava la Sardegna e la Corsica a Giacomo II d'Aragona (1297), che però ne prenderà possesso solo più tardi[25].
9. Conseguenze economiche per la Sardegna
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| Fig. 10: Sardinia di Gerardo Mercatore (1589) |
L'incremento della
vita economica (con prestiti, mutui, società commerciali, scambio dei prodotti,
circolazione monetaria... ), la conseguente ripresa della vita cittadina,
nonché la formazione di una classe mercantile sarda venuta fuori dai "maggiorenti"
prima ancorati alla terra e che poté valorizzare il traffico dei prodotti
locali, aveva inserito la Sardegna nel nuovo mondo che si stava formando, che
doveva modificarne l'aspetto, che doveva portarla ad organizzare la civiltà
comunale.
Ma quest’impulso
della vita sarda veniva sconvolto e bloccato sul nascere agli inizi del XIX
secolo, dall'introduzione forzata del feudalesimo
aragonese.
[25] Sulla conquista della Sardegna da parte degli Aragonesi v. M. DEL TEMPO, L’espansione catalano-aragonese nel Mediterraneo, in Nuove questioni di Storia medioevale, Milano, Marzorati, 1964, pp.259-290, soprattutto il n. 5.





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