Sardegna isola del Mediterraneo: 1. Introduzione
Il tema dell'«insularità» della Sardegna, molto discusso e contrastato fin dalla seconda metà dell’Ottocento, è tornato di grande attualità in questi ultimi anni e costituirà probabilmente un capitolo importante della prossima attività legislativa e di governo. Non si tratta, infatti, di una questione di poco conto, ma di una condizione intimamente legata a quella più generale dello sviluppo sostenibile di una regione che mostra ancora segni di ritardo nel processo di trasformazione italiano, europeo e mediterraneo.
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| Mappa (part.) del Mediterraneo di Angelino Dalorto (1339) |
Dopo alcune osservazioni metodologiche preliminari e una breve introduzione
sulla problematica, accennerò alle
antiche dominazioni fenicia, cartaginese, romana e bizantina e poi mi
soffermerò più diffusamente su quella medievale delle Repubbliche marinare Pisa
e Genova. Le «conclusioni» che seguiranno avranno, almeno per chi scrive, un carattere provvisorio.
Premesse metodologiche
1.
Prima di parlare degli invasori antichi (soprattutto
Fenici, Cartaginesi e Romani) e di quelli medievali (Bizantini, Pisani e
Genovesi), mi sembra opportuno ricordare che la storia non dà mai ricette per
la soluzione dei problemi attuali, ma la conoscenza approfondita del passato è
talvolta utile a comprendere meglio e a risolvere anche problemi del presente.
2.
Pertanto, per risolvere problemi attuali non vanno
cercate ricette vecchie, generalmente impraticabili soprattutto se il quadro di
riferimento è cambiato, ma è giudizioso cercare di risolverli con ricette
specifiche, evitando possibilmente soluzioni preconfezionate provenienti
dall'esterno perché possono creare forme di dipendenza e spesso non sono
appropriate.
3.
1. Introduzione
Almeno dalla seconda metà dell’Ottocento il tema
dell’«insularità» è ricorrente nelle cronache di viaggi, nella stampa, nei
servizi fotografici e nel dibattito pubblico. Ma è soprattutto dal secondo
dopoguerra che intellettuali e politici, rendendosi conto dello stato di
arretratezza dell’isola, ampiamente documentato da scrittori e fotografi
italiani e stranieri (per esempio Vittorio Besso, Guido Costa, Ugo Pellis, August
Sander, Ludwig Mathar, Werner Bischof, Alois Ottiger, e altri), auspicano
interventi radicali per affrontare seriamente il tema dello sviluppo. In questi
ultimi anni, a giusta ragione, il tema ha assunto una rilevanza costituzionale
italiana ed europea.
La condizione geografica della Sardegna è vista da molti
sardi quasi esclusivamente come un ostacolo da rimuovere e (quasi) a nessuno
appare come un’opportunità per il suo sviluppo. Pochi si pongono la domanda se
il mare, invece di essere considerato un elemento che divide, potrebbe essere
considerato una via di comunicazione che unisce.
Alcune soluzioni sono palesemente irrealizzabili, come
quelle degli indipendentisti e federalisti, per i quali l’unica soluzione efficace
sarebbe l’indipendenza dell’Isola dal «dominio italico», ritenuto responsabile
dell’isolamento e del sottosviluppo della Sardegna. Una tale soluzione sembra
però preclusa per mancanza in Sardegna di una massa critica in grado di
sostenerla (nell'eventualità di una votazione) e di una rappresentanza politica
adeguata nel parlamento regionale. Pertanto, indipendentisti e federalisti (in
senso classico) sono costretti a marciare sul posto, come hanno dimostrato
anche le recenti elezioni.
Altri, riformisti, ritenendo
possibile un’attenuazione degli svantaggi dell'insularità con importanti
interventi statali, sono riusciti negli anni scorsi a far introdurre nella
Costituzione italiana un’aggiunta in tal senso e a far accettare dall'Unione
europea il cosiddetto «principio dell'insularità». Ovviamente, il successo reale
dipenderà dall'entità del contributo dello Stato destinato a stabilire una
sorta di continuità territoriale dell’isola col resto d’Italia.
Per i «riformisti» è stato certamente un successo essere
riusciti a far inserire nell'articolo 119 della Costituzione la frase: «La Repubblica riconosce le peculiarità delle Isole e promuove le
misure necessarie a rimuovere gli svantaggi derivanti dall'insularità».
Sebbene qualche organo di stampa abbia parlato al termine delle votazioni
finali di «risultato straordinario», «giornata storica», «voto storico»,
«giorno storico per Sicilia e Sardegna», è lecito dubitare che possa essere
considerato un successo «storico» il mero riconoscimento delle peculiarità
delle isole e un vago impegno dello Stato a «promuovere» misure atte a
rimuovere gli svantaggi dell'insularità. Non risulta, infatti, con chiarezza
quali dovrebbero essere le misure «necessarie» da adottare, né chi dovrebbe
adottarle (l’Italia?, l’UE?), né per quanto tempo, come pure quali sarebbero
gli «svantaggi» dell'insularità da rimuovere assolutamente.
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| Carta della Sardegna di Sigismondo Arquer (1550), pubblicata a Basilea nel 1550 nella Cosmographia di Sebastian Munster. |
Oggi è unanime il riconoscimento della Sardegna come
un’isola meravigliosa per il suo ricco patrimonio paesaggistico, storico e
culturale, pochi invece considerano la sua insularità come un’opportunità per
il suo sviluppo sociale, economico e politico. Eppure, storicamente, la sua
maggiore attrattiva è sempre derivata dalla sua condizione geografica.
Basterebbe ricordare i «Popoli del Mare», i Micenei (gli antenati dei Greci), i
Fenici, i Cartaginesi, i Romani, i Vandali, i Bizantini, le Repubbliche
marinare Pisa e Genova, gli Aragonesi, gli Spagnoli, i Savoiardi per capire che
a tutti questi popoli «invasori», ad eccezione forse dei Savoiardi, della
Sardegna interessava soprattutto la sua posizione nel Mediterraneo.
Perché proprio ai Sardi, o almeno a molti di essi,
l’insularità non piace, anzi la considerano una disgrazia, un ostacolo
strutturale al progresso della Sardegna? L’insularità pregiudica davvero lo
sviluppo della Sardegna? E’ stato sempre così per i Sardi, o ci sono stati
periodi in cui l’insularità ha rappresentato per essi un vantaggio, uno
stimolo, un’opportunità?
Tentare di rispondere con una certa sicurezza argomentativa
a queste domande e offrire un modesto contributo alla problematica è lo scopo
delle considerazioni che seguono, di carattere prevalentemente storico. Ritengo
infatti interessante conoscere almeno sommariamente quale percezione avevano i
Sardi della loro condizione di «isolani» in alcuni periodi significativi della
loro lunga storia. (Segue)
Giovanni Longu

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