Rapporti commerciali tra Genova e la Sardegna nel XII e XIII secolo: Sezione seconda: rapporti commerciali

[Nota: le illustrazioni non figuravano nella versione originale del 1969]

1. Sviluppo e basi del commercio genovese con la Sardegna 
Fig. 1 Nel XII e XIII sec. Genova aveva sedi in tutto il Mediterraneo e nel
Mar Nero (Portolano del 1670, Library of Congress)
.
L’intensità dei traffici tra Genova e la Sardegna
era in rapporto diretto con la penetrazione genovese nell'isola. In generale si nota un crescendo dal XII al XIII secolo, il secolo d’oro della storia di Genova, «quando la Repubblica tenne indubbiamente il primato nella tipica e maggiore attività del momento, la commerciale ed economica»[1], rappresenta il momento più alto anche delle relazioni commerciali tra Genova e la Sardegna. Pertanto in questa sezione l’attenzione sarà rivolta soprattutto agli ultimi anni del XII secolo e a tutto il XIII[2].

E’ opportuno ricordare che le basi materiali e giuridiche del commercio genovese in Sardegna erano le varie concessioni di terre, le «curtes», date dai giudici isolani alla chiesa di S. Lorenzo o al Comune o, molto più frequentemente, a cittadini privati[3], i privilegi economici, il libero commercio.

2. Intensità dei traffici

Per valutare l'intensità dei traffici commerciali tra Genova e la Sardegna si può utilmente ricorrere al numero delle navi che si trovano sulla rotta Genova-Sardegna[4] nei documenti notarili, tenendo presente ovviamente che tale numero è certamente inferiore a quello effettivo sia perché le indicazioni delle navi sono piuttosto rare nel secolo XII e sia perché non si posseggono tutti i documenti notarili del XIII secolo e di quelli che si conservano una minima parte è stata pubblicata[5].
Fig. 2: La Sardegna si trovava al centro del Mediterraneo occidentale e non poteva
sfuggire agli interessi commerciali di Pisa e Genova (Biblioteca nazionale di Francia)
.
Limitatamente al secolo XIIIsulla rotta per 1a Sardegna o di qui verso Genova operavano oltre venti navi, alcune delle quali usate abitualmente in questi traffici. Più precisamente: nel 1203 le navi Ialna[6] e Meiorata[7]; nel 1205 la Falconus[8]; nel 1206 la Fama[9] e la Panconus[10]; nel 1210 la Papagasius[11], la S. Iohannes[12] (31), la S. Georgius[13]; nel 1213 la Falconus[14], la Carraca[15], la S. Marcus[16] e la S. Nicolaus[17], che già vi era stata l’anno precedente43; nel 1214 la Sparverius, diretta in Siria, e la S. Demetrius[18]; negli anni successivi la S. Michael[19], la "Benvenuta"[20], la S. Antonius[21], la "Oliva"[22], la "Contissa"[23], la Paradisus[24], la Sancta Fides[25], la Argumteria (Argentaria)[26], la "Bonaventura"[27], la Meliorata[28], la S. Benedictus[29], la S. Sepulcrum[30], ecc.[31]

3. Le navi

Le navi erano di vario tipo: galee o taride, saette o buci. Nella rotta per la Sardegna erano soprattutto buci e galee.

Fig. 3: Carta nautica del Mediterraneo occidentale
(Zentralbibliothek Zürich)
Il bucio misurava circa 30 metri di lunghezza e 4 e mezzo di larghezza alla linea di coperta. Andava a vela e a remi. Era una nave molto usata perché da una parte permetteva un carico abbondante e d'altra p
arte, essendo molto agile, consentiva all'equipaggio una facile manovra in caso di attacco nemico o di guerra di corsa. La galea era in genere una nave più piccola e più veloce e poteva andare anch'essa a vela e a remi.

In alcuni documenti si ha l'inventario assai completo dell’equipaggiamento della nave. Ad esempio la Oliva, già ricordata, era una due alberi con tre vele di cotone e una di canapa, disponeva di quaranta remi, quattro gomene, quattro ancore, due timoni, una scialuppa e una spata [asta con gancio d’accosto per l’ormeggio dell’imbarcazione]; l'equipaggio era formato di 25 marinai, dei quali 10 erano armati e avevano sei balestre, tre di corno e tre di legno, con seicento quadrelle[32].

Le navi in genere non appartenevano ad un solo proprietario ma a più persone che si assumevano in comune i rischi della navigazione come insieme partecipava
Fig. 4  Il vascello Neptune, ormeggiato nel porto antico di Genova,
pur essendo stato costruito nel 1986 
per il film Pirati di R. Polański,
 ricorda l'antica potenza della Repubblica marinara di Genova.
no ai profitti in rapporto alle quote possedute[33]. Il carico invece appartene
va sempre a più persone.

Spesso le navi venivano date in nolo e, date le difficoltà e i rischi della navigazione, i prezzi erano talvolta esorbitanti, più spesso varianti tra un utile dal 25 al 50%. Nel 1213 il bucio S. Marco veniva noleggiato per 81 lire di genovini a Fulcone di Sestri Levante da Guglielmo Borello e Fulco Terrino di Ventimiglia; la nave, con un equipaggio di 10 uomini, la cui paga era di 30 denari oltre il vettovagliamento, doveva recarsi a Cagliari[34].

Nello stesso anno ancora per Cagliari e per la stessa somma veniva noleggiato a Fulcone e a un suo socio da Guglielmo Vera di Ventimiglia il bucio San Nicolò[35]; minore il nolo della Carraca, evidentemente più piccola, diretta anch'essa a Cagliari: 29 lire di genovini[36].

4. I viaggi e le mete

Fig. 5: Genova estendeva il suo dominio soprattutto in Liguria
 (carta del 1645-47, Zentralbibliothek Zürich)
In Sardegna le mete erano diverse e praticamente tutti i porti attivi nel Medioevo furono toccati da navi genovesi. Il porto più importante per il commercio genovese
è sempre stato Porto Torres. Nei documenti notarili, accanto all'espressione generica per Sardineam si trova spesso la specificazione: silicet Turim (o Turrim),oppure Turrim et per Romagnam, dove l'espressione per Romagnam sempre unita al nome Turris indicava il territorio settentrionale della Sardegna, il giudicato turritano, dove prevalenti erano gli interessi di Genova[37].

Altro porto assai frequentato (quando non vi si opponevano precisi divieti dei Pisani) era quello di Cagliari. Inoltre: Alghero, Porto Genovese (o Castelgenovese , oggi Castelsardo), Oristano (il porto dove sboccavano i minerali di piombo e d'argento dell'Iglesiente, in via di intenso sfruttamento verso la metà del XIII sec.[38], Bosa, Ampulia. Intenso era il traffico tra Bonifacio e questi ultimi porti sardi[39].

5. Il volume dei traffici

Il volume dei traffici. tra Genova e la Sardegna è difficilmente valutabile in cifre. Tuttavia, dal numero notevole degli atti notarili riguardo a questi traffici, dal numero rilevante delle navi sulla rotta per la Sardegna[40], oltre che evidentemente da alcuni dati precisi, si può ritenere che fosse considerevole. Si trattava soprattutto del trasporto e dello scambio delle merci, che tuttavia non era la sola attività economica, come si vedrà più avanti.

Prima di parlare delle merci sia di importazione che di esportazione va ricordato che le forme di contratto marittimo più usate per i traffici con la Sardegna erano la societas e soprattutto la accomendacio. In entrambi i casi si aveva un socius stans (il contraente che rimaneva in città, ossia il capitalista) e un socius tractans o procertans (il mercante che si metteva in viaggio e gestiva l'affare). Nella societas il capitalista conferiva i due terzi del capitale e il tractans soltanto un terzo: gli utili venivano divisi a metà (medium lucri). Nella accomendacio, che nel secolo XIII divenne la forma più usata di società commerciale, lo stans conferiva l'intero capitale e si riservava i tre quarti degli utili: il quartum lucri rimaneva al mercante.

Commende di grande e di piccola entità, da un massimo di 122 lire di genovini[41] a un minimo di 20 soldi della stessa moneta[42], impegnavano un gran numero di persone, appartenenti a tutti i ceti sociali della città: «si trovano solidi mercanti, artigiani, persone di poco conto che tendono a farsi strada nella mercatura e ad arricchirsi; accanto ad uomini come i Lavagna, i Beccorosso, i Mallone, c’è un mondo di piccoli affaristi formato da persone che tentano l’avventura della Sardegna o di artigiani che trovano nell’isola un buon mercato per i propri prodotti»[43].

Tra le merci che arrivavano in Sardegna da Genova, direttamente o via Bonifacio[44], la più abbondante sembra essere quella dei tessuti. Giungevano nell’isola le tele di vario tipo: il fustagno[45], le stoffe di cotone[46], i panni di lana[47], i tessuti di canapa[48], le stoffe francesi[49], i tagli per il vestiario[50], i drappi pregiati[51], le pezze di Pontremoli[52].


Dovevano essere molto richiesti in Sardegna i prodotti dell'artigianato genovese, botti, scodelle, mortai, pestelli, taglieri, conche, ecc.[53]. Ma erano richiesti anche prodotti di oreficeria[54], le spezie, lo zafferano[55], lo zenzero[56], il pepe[57], lo zucchero[58], il sapone[59], l’olio, allora mancante in Sardegna[60], il vino[61], e in genere tutti i prodotti mancanti nell'isola[62].

Fig. 6: carta portolana di P. Vesconte del 1321
(© Zentralbibliothek Zürich, Signatura: RP 4) 
Dalla Sardegna, soprattutto dal Logudoro e dal porto di Torres, venivano avviati a Genova (e in Liguria) il sale[63], i prodotti dell’agricoltura, soprattutto frumento[64] e orzo[65], vino[66]; animali[67], pelli[68], i prodotti della pastorizia[69], la lana[70]: «la lana sarda grezza, pur essendo scadente, trovava ugualmente un largo numero di acquirenti, impiegata com’era nella lavorazione dei tessuti non fini»[71]. Pescatori liguri si recavano sulla costa occidentale della Sardegna «causa corallandi ad corallum»[72].

I Genovesi (e in genere i Liguri) esportavano inoltre dalla Sardegna, soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo XIII, i minerali di argento e di allume in via di sfruttamento specialmente nell'Iglesiente[73].

Altra "merce" che i Genovesi esportavano dalla Sardegna erano i «servi» e le «serve»[74], [chiamati talvolta erroneamente anche «schiavi», per es. da Carlo Cattaneo].

6. Altre attività economiche

I rapporti economici tra Genova e la Sardegna nel XII e XIII secolo erano caratterizzati soprattutto, come si è visto, dal trasporto e dallo scambio delle merci, cioè dal commercio marittimo. Ma accanto e in qualche modo in funzione di questa attività predominante i Genovesi esercitavano in Sardegna anche altre attività economiche.

Nella Sezione Prima si è più volte accennato a concessioni di terre da parte dei Giudici o da parte di privati. Orbene, in queste terre Genova faceva opera di una vera e propria colonizzazione:

«Nelle due isole [Sardegna e Corsica]- scrive Lopez - il Comune v’incanala emigranti d’ogni classe economica e sociale per costituirvi nuclei agricolo-militari, centri nuovi di colonizzazione ufficiale urbana, roccaforti strategiche simili in certo nodo alle colonie di Roma antica …». Castelgenovese e Alghero sono così «un po’ feudi autonomi, un po' comunità alleate, un po’ lembi di Genova distaccati oltremare»[75].
Fig. 7: Part. di una carta portolana del  1541 (Library of Congress)

E’ chiaro che questi coloni sfruttavano al massimo le terre da loro occupate, e queste divenivano non solo centri di sfruttamento, ma anche centri commerciali di raccolta e di distribuzione dei prodotti.

I Genovesi erano presenti in Sardegna anche come finanziatori di imprese commerciali e industriali, come la già ricordata partecipazione allo sfruttamento delle miniere dell’Iglesiente, e soprattutto mediante l’attività bancaria, largamente sviluppata nel XIII secolo.

Numerosi, negli atti notarili, i documenti attestanti concessioni di mutui ad interesse o gratis et amore. Ricorrevano ai prestiti i Giudici, dando in cambio privilegi economici o garantendo con corti e ville, i Vescovi, soprattutto, sembra, quello di Bosa[76], i mercanti sardi. Nel 1251, ad esempio, Zoccolo Laro e Guantino Vassallo, entrambi sardi di Sassari, ottenevamo a Genova un mutuo ciascuno, garantendo il primo con una balla di fustagno, caricata su un bucio in viaggio a Torres e diretta a Genova[77], il secondo con una quantità di grano immagazzinata nella stessa città[78].

7. Partecipazione dei Sardi all'attività commerciale

Ben presto molti Sardi, sull’esempio dei Genovesi e di quanti frequentavano l'isola a scopi commerciali, divennero mercanti. Sotto la spinta del commercio e la prospettiva di guadagni maggiori di quanti ne offriva un'agricoltura rudimentale e una pastorizia brada, molti "maggiorenti",  grossi proprietari terrieri e di bestiame, tentarono il successo della mercatura. A darne 1’esempio furono gli stessi Giudici[79]. E dietro a loro si venne via via creando una classe mercantile sarda.

I mercanti sardi erano talvolta socii stantes, Più spesso socii tractantes. Contraevano commende a Genova e rischiavano il mare come gli stessi Genovesi, oppure trattavano gli affari a Cagliari e a Sassari, i due centri di maggiore rilievo per il commercio in Sardegna. Molti Sardi del Logudoro e dell'Arborea frequentavano abitualmente il grosso centro genovese di Bonifacio, dove esistevano grossi magazzini per le merci provenienti da Genova o là dirette. Molti Sardi sono testimoni negli atti rogati a Genova o a Bonifacio.

La presenza dei numerosi mercanti genovesi in Sardegna, i continui traffici, avevano portato fin dall'inizio del XIII secolo all'istituzione dei Consoli dei Mercanti nei centri maggiori dell’isola, e nel Logudoro all'istituzione di tribunali misti per le cause tra Sardi e Genovesi. Nello stesso tempo veniva istituito un Console dei Sardi a Genova. E come i Genovesi possedevano magazzini e case nei porti sardi, altrettanto avevano i Sardi a Genova.

E’ interessante notare che agli affari commerciali, sull'esempio delle donne genovesi[80], non furono estranee le donne dell'isola, «che si recavano a Genova, o al seguito dei propri genitori o mariti in viaggio, o perché unite in matrimonio a Genovesi, o perché amanti di questi ultimi, come una certa Furada, amante di Guglielmo Beiano»[81].

Nel 1188 Maria Sarda depositava presso il banchiere Bernardo di Genova una somma di 11 lire di genovini all'interesse dichiarato del 10%[82]. Nel 1203 un'altra sarda, Elena, contraeva una commenda con il cremonese Tealdo per 40 soldi da commerciare in Sardegna[83].

Tra i mercanti sardi, i più intraprendenti e i meglio organizzati erano certamente i Sassaresi. Sassari prima del 1000 era non più che una semplice "villa"; ma nei due secoli successivi si sviluppò talmente da trasformarsi nel 1236 in libero Comune.

Da tempo molte famiglie sassaresi erano legate ai traffici commerciali con Genova. A Sassari si erano formate società commerciali fra mercanti genovesi e mercanti sassaresi. Questi ultimi si recavano a Genova e ritornavano in Sardegna con merci da vendere. A Genova, come nei due maggiori porti del nord dell'isola Porto Torres e Alghero, possedevano magazzini e case. Ricorrevano ai banchieri genovesi per ottenere prestiti, garantendo con merci o con prodotti della terra, facevano spesso da procuratori per riscuotere somme dovute nell'isola a mercanti liguri, si muovevano infine nel mondo genovese degli affari con larghi guadagni[84].

Qualche esempio. Nel 1210 Ugolino di Levanto si impegnava con Arzocco sardo, Giovanni Alcherio di Sassari, Pietro di Salvenno e altri al trasporto di alcune merci da Genova a Porto Torres con la nave Pagasio[85]. Nello stesso anno Arzocco Corcusia di Sassari riconosceva a Genova, presenti i sardi Giovanni de Scano e Michino Penna, di essere debitore verso il mercante Oberto Bonavia di venti pezze di fustagno portate in Sardegna con la nave San Giorgio[86].

Fig. 8: Carta del 1628 (Bitish Library)

Nel 1234 si trovavano a Genova molti «maggiorenti» del Logudoro, soprattutto Sassaresi, occupati in affari commerciali: Ugolino, Mariano e Dorbino Penna, Raniero, Viadeleto, Bernardo Carbone, Arzocco de Gonale, Comita Vate erano legati da un accordo al genovese Guglielmo Vento e trafficavano merci varie, che portavano dalla Sardegna a Genova[87].

Nel 1237 il pellicciaio sassarese Guglielmo, figlio del fu Rodolfo, riceveva a Genova una commenda di 23 libre di genovini per commerciarla in Sardegna. Il sassarese Arzocco Gaiano importava da Genova taglieri e scodelle per commerciarli nell'isola. Un altro sassarese, Guantino Alivaca, commerciava in tovaglie; un abitante di Sassari, Corredino di Terdona, commerciava infine in grano[88]. Dal 1237 in poi gli esempi dell’attività commerciale dei Sassaresi sono continui[89].

«A Sassari, inoltre, erano sorti forti gruppi di famiglie legate ai traffici con Genova: i Remenato, i De Sen, i Carbone, i Solario, questi ultimi di origine genovese, i Pinna, i Ligastro, i Navithan; e gli interessi delle famiglie e dei mercanti genovesi si associavano agli interessi di questi gruppi, che avevano le loro case entro le mura, mantenevano le loro terre, sparse nel Logudoro, e, avviati al commercio, formavano un nuovo ceto, la borghesia»[90].

Questo vigoroso e fortunato impulso della vita economica sarda, dovuto soprattutto alla presenza nell'isola dei mercanti pisani e genovesi, era destinato, come si è visto, se non proprio a spegnersi completamente almeno ad affievolirsi notevolmente con la venuta degli Aragonesi in Sardegna agli inizi del secolo XIII.



[1]     V. VITALE, Economia e commercio a Genova nei secoli XII e XIII, «Rivista St. Italiana», serie V, vol. II, fasc. IV, 1937-XVI, pag. 1

[2]     A questo periodo si riferiscono gli atti notarili finora pubblicati sia nella serie "Notai liguri…" (v. nota bibliografica al fondo) che altrove.

[3]     I possedimenti fondiari dei Genovesi erano soprattutto nel Logudoro, ma - come si è visto nella Sezione Prima - ve n’erano anche nel giudicato di Cagliari e ancora di più in quello di Arborea. Chiunque ne fosse il proprietario, sembra molto giusta l'osservazione che fa il Boscolo nella sua ottima introduzione ai Documenti inediti sui traffici commerciali tra la Liguria e la Sardegna nel XIII secolo, a cura di Calvini, Putzulu e Zucchi, Padova 1957, p. XXV: «le terre, ‘curtes’, quae donnicalie vocantur’, diventavano centri dell’azione commerciale dei concessionari, che le sfruttavano al massimo in modo da rifarsi delle somme prestate e da ricavarci gli interessi non avuti».
Accanto alle grandi famiglie dei Doria e degli Spinola, molte altre avevano grandi feudi in Sardegna. Bosa, ad es.
era feudo dei Malaspina, lontani discendenti dei Obertenghi. Anche i Balbi vi avevano un feudo (cfr. A. ZACCARO, I Balbi a Genova nel secolo XIII, in ASLi 1963, II, p. 240).
S
i sa dagli atti notarili di Portovenere, doc. CCCLX, che anche un certo Gogo di Portovenere possedeva un feudo in Logudoro concessogli a nobili domino Nicolao Aurie quondam nobilis domini Manuelis Aurie (Cfr. G.FALCO, La vita portovenerese nel Duecento, in “Rivista storica italiana” LXIV (1952), I, p. 332.

[4]     Spesso le navi dirette in Sardegna facevano scalo a Bonifacio in Corsica. V, in seguito.

[5]     Basti pensare che «dal 1200 al 1242 si conservano pochissimi atti di notai, con qualche eccezione per gli anni 1232-1240, mentre col decennio 1248-1258 il fondo notarile offre una ricchezza quasi inesplorata di materiale. Si può calcolare che in quel periodo rogarono a Genova da 30 a 40 notai contemporaneamente, con un volume di affari difficilmente valutabile in cifre, ma comunque assai elevato» (F.GUERELLO, Lettere di Innocenzo IV dai cartolari notarili genovesi, in «Misc. Hist. Pontif.», XXIII, Roma 1961, pag. 6).

[6]     Notai liguri del secolo XII (e XIII), Giovanni di Guiberto (1200-1211), a cura di M. HALL COLE – G. KRUEGER - R.REYNOLDS, Genova, I, 1939, docc. 609, 623, 642, 804.

[7]     Giovanni di Guiberto cit. I, 981

[8]     Giovanni di Guiberto cit. II, 1940, docc. 1181, 1291.

[9]     Giovanni di Guiberto cit. II, doc. 1620.

[10]   Giovanni di Guiberto cit. II, doc. 1984.

[11]   Notai liguri.... Lanfranco (1202-1226), a cura di G. KRUEGER R. REYNOLDS, Genova, I, 1951, doc. 564.

[12]   Cfr. Annali genovesi di Caffaro e continuatori, II, a cura di C. IMPERIALE DI S. ANGELO, F.I.S.I., Roma, 1901, p.115, rr. 7-8.

[13]   Lanfranco cit., I, doc. 874

[14]   Cfr. Documenti inediti sui traffici commerciali tra la Liguria e la Sardegna nel sec. XIII a cura di CALVINI, PUTZULU e ZUCCHI, Padova 1957. docc. 16, 17, 18.

[15]   Ibid. doc.  24

[16]   Ibid. doc. 20.

[17]   Ibid. docc. 8, 21, 23.

[18]   Ibid. docc.29, 31, 35, 36, 38, 39, 40.

[19]   Ibid. docc. 42, 45, 49.

[20]   Ibid. doc. 50.

[21]   Ibid. docc. 65, 149.

[22]   Ibid. docc. 69, 95.

[23]   Ibid. doc. 75.

[24]   Ibid. doc. 92.

[25]   Ibid. docc. 108, 109.

[26]   Ibid. doc. 111.

[27]   Ibid. docc. 126, 132.

[28]   Ibid. doc.  127.

[29]   Lanfranco cit., III, doc.1460.

[30]   Liber Magistri Salmonis sacri Palatii notarii (1222-1226), a cura di A. FERRETTO, Atti della Società Ligure di Storia Patria, Genova, XXXVI, 1906, doc. 399, p. 150.

[31]   Per rendere verisimile l'idea che ci si deve fare sulla intensità dei traffiici con la Sardegna, a quanto detto all'inizio di questo paragrafo bisogna aggiungere che, data la particolare posizione geografica della Sardegna (cfr. Sezione Prima, n. 1) gran parte delle numerosissime navi dirette in Oriente o verso i porti dell'Africa del Nord facevano scalo in Sardegna (o in Corsica). Così è ad es. della nave Sparviero, diretta in Siria (l2l4) e della Oliva, diretta a Tunisi (1236). Cfr. altro esempio nella Sezione Terza, doc. n. 20. Inoltre bisognerebbe considerare il fatto - come si vedrà più avanti - che le merci provenienti da Genova per la Sardegna venivano spesso avviate via Bonifacio e quindi 1'intensità del traffico tra Bonifacio e la Sardegna.

[32]   Documenti inediti.. . doc. 69.

[33]   Una nave veniva divisa abitualmente in 16 quote e ciascuno dei proprietari poteva averne una o più o anche una frazione di una (cfr. G. LUZZATTO, Storia economica d’Italia, I, Roma 1949, p. 310).

[34]   Documenti inediti.. . doc. 20.

[35]   Cfr. Documenti inediti.. . doc. 21.

[36]   Cfr.Documenti inediti.. . doc. 24.

[37]   Cfr. V. VITALE, Documenti sul castello di Bonifacio nel sec. XIII, Genova 1936, pag. VII.

[38]   Nel 1253 si costituì un consorzio, formato in gran parte di Toscani, ma con una rappresentanza anche genovese, per lo sfruttamento di miniere argentifere in Sardegna (Cfr. LOPEZ, Contributo alla storia delle miniere argentifere della Sardegna, in "Studi economico-giuridici" dell’Univ. di Cagliari, XXIV, Milano 1936 (estr.) Cfr. anche VITALE, Il Comune del Podestà a Genova…, p. 382s.).

[39]   Cfr. V. VITALE, Documenti sul castello di Bonifacio nel sec. XIII, Genova 1936, e Nuovi documenti sul castello di Bonifacio nel sec. XIII, Genova 1940, passim.

[40]   «Un viaggio ordinario delle navi maggiori poteva trasportare anche 1000 passeggeri ... e il carico, se di sole merci, arrivava a 500 cantari, equivalenti a 600 tonnellate» (V. VITALE, Il Comune del podestà a Genova…, p. 373).

[41]   Cfr. Documenti inediti… doc. 154.

[42]   Cfr. Documenti inediti… doc. 4.

[43]   BOSCOLO, Introduzione cit., pag. XXXI.

[44]   Le merci provenienti da Genova venivano spesso avviate in Sardegna, come già detto, via Bonifacio. Qui, infatti, molti mercanti genovesi avevano i loro depositi e di qui le merci, tutte o in parte, venivano poi portate nei porti della Sardegna dagli stessi mercanti genovesi e da quelli sardi che frequentavano il castello di Bonifacio. Numerosi esempi in V. VITALE, Documenti sul castello di Bonifacio… e Nuovi documenti

[45]   Cfr. Documenti inediti… docc. 1,8,44,71 (v. Sezione Terza, n. 4), 79,93,128,140,160,162,165,169.

[46]   Cfr. Documenti inediti… doc. 11 (cfr. Sez.Doc, n. 5).

[47]   Cfr. Documenti inediti… doc. 14.

[48]   Cfr. Documenti inediti… docc. 110, 158 (cfr. Sezione Terza, n. 6)

[49]   Cfr. Documenti inediti… docc. 94 (cfr. Sezione Terza, n. 7), 120 (cfr. Sezione Terza, n. 8), 121.

[50]   Cfr. Documenti inediti… docc.123, 128, 130, 143, 157 (cfr. Sezione Terza, n.9), 168.

[51]   Cfr. Documenti inediti… docc. 94 (cfr. Sezione Terza, n. 7), 120 (cfr. Sezione Terza, n. 8), 121.

[52]   Cfr. Documenti inediti… doc. 169.

[53]   Cfr. Documenti inediti… docc. 40,71,72,73,77,78,79,80,81,82,85,91,93. Per i docc. 71,72,73,77, cfr. nella Sezione Terza, rispettivamente i nn. 4,10,11,12.

[54]   Cfr. Sezione Terza, nn. 13 e 14.

[55]   Cfr. Sezione Terza, n. 15

[56]   Cfr. Sezione Terza, n. 16.

[57]   Cfr. Sezione Terza, n. 17.

[58]   Cfr. Sezione Terza, n. 16 e 18.

[59]   Cfr. Sezione Terza, n. 19.

[60]   Cfr. Documenti inediti… doc. 150.

[61]   Cfr. Documenti inediti… doc. 161; Il cartulare di Giovanni di Giona di Portovenere, a cura di G. FALCO e G. PISTARINO, Biblioteca della Società Storica Subalpina, CLXXVII, 1955, doc. CLXIX, pag. 146.

[62]   Molto spesso gli atti notarili si limitano a dire che la tal somma è stata investita in merci varie, soprattutto quando si tratta di piccole commende da parte di molte persone, nel che sono sottintesi evidentemente tutti quei prodotti che avevano largo esito in Sardegna, o comunque vi mancavano.

[63]   Cfr.:Notai liguriOberto scriba de Mercato, I, n. 641; D. PUNCUH, Liber privilegiorum ecclesiae Januensis, docc. 2, 3, 4, 5, relativi ad un accordo tra il Capitolo di S. Lorenzo e l'arcivescovo Gualtiero per la decima di una nave di sale proveniente dalla Sardegna, donata ai canonici dal vescovo Airaldo (dicembre 1255).

[64]   Molti documenti in proposito. Cfr. ad es. Documenti sul castello di Bonifacio nel secolo XIII, docc. X, CXX, CCVII, CCVIII, CCX, CCCCXXXI. Altri esempi nella Sezione Terza, nn. 20, 21, 22.

[65]   Molti documenti in proposito. Cfr. ad esempio nella Sezione Terza, nn. 20, 22, 23.

[66]   Il vino sardo cominciò a venir esportato verso la metà del XIII secolo e proveniva, a quanto sembra, soprattutto dai possedimenti sardi dei Vallombrosani e dei Camaldolesi.

[67]   Cfr. ad es. Il cartulare di Giovanni di Giona di Portovenere, docc. CLXXXII e CCIV, dove si parla di "castrones".

[68]   Cfr. ad es.Notai liguri…, Giovanni di Guiberto, II, p. 134, e Sezione Terza, doc. 21.

[69]   Cfr. in Documenti sul castello di Bonifacio…, docc. DXXXV e DXLII e nella Sezione Terza, n. 22.

[70]   Cfr. ad es. Notai liguri…, Giovanni di Guiberto, II, p. 134; cfr. anche Sezione Terza, n. 24.

[71]   Cfr. A.C. DELIPERI, Notizie storiche sul movimento commerciale della Sardegna nella seconda metà del secolo XIII, in "Archivio storico sardo", vol. XX, fasc. 3-4, pag. 79. Citazione da A. BOSCOLO, Introduzione cit. p. XXX/XXXI.

[72]   Cfr. Sezione Terza, n. 25.

[73]   Si è visto che nel 1253 si era formato un consorzio con la partecipazione di Genova per lo sfruttamento delle miniere argentifere in Sardegna (cfr. Sezione Prima, nota 64). Già prima di questa data però i Genovesi potevano esportare l'argento dal giudicato di Arborea (cfr. Sezione Terza, n.2). Il porto dove sboccavano i minerali di piombo e d'argento dell'Iglesiente era Oristano.

[74]   «Nel novembre del 1186 nel Comune ligure Enrico Musso riceveva cinquanta soldi di genovini da Ottone de Castello per comprargli una serva sarda (Notai liguri…, Oberto de Mercato, doc. 260). Nell'aprile 1192 nello stesso Comune alcuni mercanti di Alessandria vendevano per 60 soldi della stessa moneta una serva di nome Maria a Guidolotto di Lucca (Guglielmo Cassinese, II, doc. 1846) e nello stesso anno una serva sarda, Giusta, si trovava a Genova nella casa di Pietro di Croce (Guglielmo Cassinese, II, doc. 1545). Un anno prima, un'altra serva sarda di nome Maria pagana, regalata dal giudice di Arborea a Michele di Portovenere, cambiava padrone (Guglielmo Cassinese, I, doc. 821). Orrico Doria aveva nel 1212 una serva sarda di nome Maria (Guglielmo Sapiente… in Documenti inediti… n. 13). Un'altra serva, di nome Susanna, veniva venduta nel 1239 sul mercato di Genova da Giovanni Beccorosso per nove lire di genovini (Documenti inediti..., doc. 116). E accanto alle serve non mancano i servi; nel 1203 é ricordato ad es. il sardo Giovanni, servo di Ansaldo di Rapallo (Giovanni di Guiberto, I, 649) e nel 1206 Guantino, servo di Corrado Malfigliastro (Giovanni di Guiberto, II, 1769 e 1770). Gli esempi possono continuare [cfr. ad es. Nuovi documenti sul castello di Bonifacio…, doc. CXVII]» (A. BOSCOLO, Introduzione cit. pag. XXIII).

[75]   LOPEZ, Storia delle colonie genovesi nel Mediterraneo, pag. 247

[76]   Cfr. ad es. nella Sezione Terza il n. 26.

[77]   Cfr. Documenti inediti…, doc. 149.

[78]   Cfr. Documenti inediti…, doc. 164 e Sezione Terza, n. 29.

[79]   «Nel 1216 il sardo Comita, rappresentante del giudice di Torres, vendeva a Genova per conto di quest’ultimo lana e pelli proveniente dalla Sardegna. La lana e le pelli appartenevano al giudice e, caricate con altre sulla nave genovese Santa Marta, venivano riconosciute da Camita attraverso una lettera di accompagnamento della cancelleria giudicale, che ne spiegava i contrassegni» (A. BOSCOLO, Introduzione cit. pag. XX; cfr. Notai liguri..., Giovanni di Guiberto, II, p. 134).

[80]   Cfr. ad es. Lanfranco, I, pp. 53, 79, 119, 167, 222, 255, 256, 257, 261, 263, 265, 373, 378; Giovanni di Guiberto, I, nn. 804, 1002, 1157; Liber magistri Salmonis, pp. 230, 370, 386.

[81]   A. BOSCOLO, Introduzione cit., p.XXIV. V. es. in Documenti inediti ..., doc.6.

[82]   Cfr. Sezione Terza, n. 30.

[83]   Cfr. Notai liguri, Lanfranco, II, p. 56.

[84]   Cfr. A, BOSCOLO, Introduzione cit. , p. XXIX..

[85]   Notai liguri, Lanfranco, I, p.252ss.

[86]   Notai liguri, Lanfranco, I, p. 262.

[87]   Cfr. Sezione Terza, nn. 27 e 28.

[88]   Cfr. Documenti inediti cit., docc. 96, 98, 91.

[89]   Numerosi esempi in Documenti inediti..., in Documenti sul castello di Bonifacio nel secolo XIII, nel Cartulare di Giovanni di Giona di Portovenere

[90]   A. BOSCOLO, Introduzione cit., p. XXIX.

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