Rapporti commerciali tra Genova e la Sardegna nel XII e XIII secolo: Sezione seconda: rapporti commerciali
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| Fig. 1 Nel XII e XIII sec. Genova aveva sedi in tutto il Mediterraneo e nel Mar Nero (Portolano del 1670, Library of Congress). |
E’ opportuno ricordare che le basi materiali e
giuridiche del commercio genovese in Sardegna erano le varie concessioni di terre, le «curtes»,
date dai giudici isolani alla chiesa di S. Lorenzo o al Comune o, molto più frequentemente,
a cittadini privati[3],
i privilegi economici, il libero commercio.
2. Intensità dei traffici
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| Fig. 2: La Sardegna si trovava al centro del Mediterraneo occidentale e non poteva sfuggire agli interessi commerciali di Pisa e Genova (Biblioteca nazionale di Francia). |
Le navi erano di
vario tipo: galee o taride, saette o buci. Nella rotta per la Sardegna erano soprattutto buci e
galee.
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| Fig. 3: Carta nautica del Mediterraneo occidentale (Zentralbibliothek Zürich) |
In alcuni documenti si ha l'inventario assai completo dell’equipaggiamento della nave. Ad esempio la Oliva, già ricordata, era una due alberi con tre vele di cotone e una di canapa, disponeva di quaranta remi, quattro gomene, quattro ancore, due timoni, una scialuppa e una spata [asta con gancio d’accosto per l’ormeggio dell’imbarcazione]; l'equipaggio era formato di 25 marinai, dei quali 10 erano armati e avevano sei balestre, tre di corno e tre di legno, con seicento quadrelle[32].
Le navi in genere non appartenevano ad un solo proprietario ma a più persone che si assumevano in comune i rischi della navigazione come insieme partecipava
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| Fig. 4 Il vascello Neptune, ormeggiato nel porto antico di Genova, pur essendo stato costruito nel 1986 per il film Pirati di R. Polański, ricorda l'antica potenza della Repubblica marinara di Genova. |
Spesso le navi venivano date in nolo e, date le difficoltà e i rischi della navigazione, i prezzi erano talvolta esorbitanti, più spesso varianti tra un utile dal 25 al 50%. Nel 1213 il bucio S. Marco veniva noleggiato per 81 lire di genovini a Fulcone di Sestri Levante da Guglielmo Borello e Fulco Terrino di Ventimiglia; la nave, con un equipaggio di 10 uomini, la cui paga era di 30 denari oltre il vettovagliamento, doveva recarsi a Cagliari[34].
Nello stesso anno
ancora per Cagliari e per la stessa somma veniva noleggiato a Fulcone e a un
suo socio da Guglielmo Vera di Ventimiglia il bucio San Nicolò[35];
minore il nolo della Carraca, evidentemente più piccola, diretta anch'essa a Cagliari: 29 lire di
genovini[36].
4. I viaggi e le mete
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| Fig. 5: Genova estendeva il suo dominio soprattutto in Liguria (carta del 1645-47, Zentralbibliothek Zürich) |
Altro porto assai
frequentato (quando non vi si opponevano precisi divieti dei Pisani) era quello
di Cagliari. Inoltre: Alghero, Porto Genovese (o Castelgenovese
, oggi
Castelsardo), Oristano (il porto dove sboccavano i minerali di piombo
e d'argento dell'Iglesiente, in via di intenso sfruttamento verso la metà del
XIII sec.[38],
Bosa, Ampulia. Intenso era il traffico tra Bonifacio e questi ultimi porti
sardi[39].
Il volume dei traffici. tra Genova e la Sardegna è difficilmente valutabile in cifre. Tuttavia, dal numero notevole degli atti notarili riguardo a questi traffici, dal numero rilevante delle navi sulla rotta per la Sardegna[40], oltre che evidentemente da alcuni dati precisi, si può ritenere che fosse considerevole. Si trattava soprattutto del trasporto e dello scambio delle merci, che tuttavia non era la sola attività economica, come si vedrà più avanti.
Prima di parlare delle merci sia di importazione che di esportazione va ricordato che le forme di contratto marittimo più usate per i traffici con la Sardegna erano la societas e soprattutto la accomendacio. In entrambi i casi si aveva un socius stans (il contraente che rimaneva in città, ossia il capitalista) e un socius tractans o procertans (il mercante che si metteva in viaggio e gestiva l'affare). Nella societas il capitalista conferiva i due terzi del capitale e il tractans soltanto un terzo: gli utili venivano divisi a metà (medium lucri). Nella accomendacio, che nel secolo XIII divenne la forma più usata di società commerciale, lo stans conferiva l'intero capitale e si riservava i tre quarti degli utili: il quartum lucri rimaneva al mercante.Commende di grande
e di piccola entità, da un massimo di 122 lire di genovini[41] a un minimo di 20 soldi della stessa moneta[42], impegnavano un gran
numero di persone, appartenenti a tutti i ceti sociali della città:
Tra le merci che arrivavano in Sardegna da Genova, direttamente o via Bonifacio[44], la più abbondante sembra essere quella dei tessuti. Giungevano nell’isola le tele di vario tipo: il fustagno[45], le stoffe di cotone[46], i panni di lana[47], i tessuti di canapa[48], le stoffe francesi[49], i tagli per il vestiario[50], i drappi pregiati[51], le pezze di Pontremoli[52].
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| Fig. 6: carta portolana di P. Vesconte del 1321 (© Zentralbibliothek Zürich, Signatura: RP 4) |
I Genovesi (e in
genere i Liguri) esportavano inoltre dalla Sardegna, soprattutto a partire
dalla seconda metà del secolo XIII, i minerali di argento e di allume in via di
sfruttamento specialmente nell'Iglesiente[73].
Altra
"merce" che i Genovesi esportavano dalla Sardegna erano i «servi» e le «serve»[74], [chiamati talvolta erroneamente anche
«schiavi», per es. da Carlo Cattaneo].
6. Altre attività economiche
I rapporti economici
tra Genova e la Sardegna nel XII e XIII secolo erano caratterizzati soprattutto, come si è visto, dal
trasporto e dallo scambio delle merci, cioè dal commercio marittimo. Ma accanto
e in qualche modo in funzione di questa attività predominante i Genovesi
esercitavano in Sardegna anche altre attività economiche.
Nella Sezione
Prima si è più volte accennato a concessioni di terre da parte dei Giudici
o da parte di privati. Orbene, in queste terre Genova faceva opera di una vera e
propria colonizzazione:
«Nelle due isole [Sardegna e Corsica]- scrive Lopez - il Comune v’incanala emigranti d’ogni classe economica e sociale per costituirvi nuclei agricolo-militari, centri nuovi di colonizzazione ufficiale urbana, roccaforti strategiche simili in certo nodo alle colonie di Roma antica …». Castelgenovese e Alghero sono così «un po’ feudi autonomi, un po' comunità alleate, un po’ lembi di Genova distaccati oltremare»[75].
| Fig. 7: Part. di una carta portolana del 1541 (Library of Congress) |
E’ chiaro che
questi coloni sfruttavano al massimo le terre da loro occupate, e queste
divenivano non solo centri di sfruttamento, ma anche centri commerciali di
raccolta e di distribuzione dei prodotti.
I Genovesi erano presenti in Sardegna anche come
finanziatori di imprese commerciali e industriali, come la già ricordata
partecipazione allo sfruttamento delle miniere dell’Iglesiente, e soprattutto
mediante l’attività bancaria, largamente sviluppata nel XIII secolo.
Numerosi, negli atti notarili, i documenti
attestanti concessioni di mutui ad interesse o gratis et amore.
Ricorrevano ai prestiti i Giudici, dando in cambio privilegi economici o
garantendo con corti e ville, i Vescovi, soprattutto, sembra, quello di Bosa[76],
i mercanti sardi. Nel 1251, ad esempio, Zoccolo Laro e Guantino Vassallo,
entrambi sardi di Sassari, ottenevamo a Genova un mutuo ciascuno, garantendo il
primo con una balla di fustagno, caricata su un bucio in viaggio a Torres e
diretta a Genova[77],
il secondo con una quantità di grano immagazzinata nella stessa città[78].
7. Partecipazione dei Sardi all'attività
commerciale
Ben presto molti Sardi,
sull’esempio dei Genovesi e di quanti frequentavano l'isola a scopi commerciali,
divennero mercanti. Sotto la spinta del commercio e la prospettiva di guadagni
maggiori di quanti ne offriva un'agricoltura rudimentale e una pastorizia
brada, molti "maggiorenti", grossi
proprietari terrieri e di bestiame, tentarono il successo della mercatura. A
darne 1’esempio furono gli stessi Giudici[79].
E dietro a loro si venne via via creando una classe mercantile sarda.
I mercanti sardi erano
talvolta socii stantes, Più spesso socii tractantes. Contraevano
commende a Genova e rischiavano il mare come gli stessi Genovesi, oppure
trattavano gli affari a Cagliari e a Sassari, i due centri di maggiore rilievo
per il commercio in Sardegna. Molti Sardi del Logudoro e dell'Arborea frequentavano
abitualmente il grosso centro genovese di Bonifacio, dove esistevano grossi
magazzini per le merci provenienti da Genova o là dirette. Molti Sardi sono testimoni
negli atti rogati a Genova o a Bonifacio.
La presenza dei numerosi
mercanti genovesi in Sardegna, i continui traffici, avevano portato fin dall'inizio
del XIII secolo all'istituzione dei Consoli dei Mercanti nei centri maggiori
dell’isola, e nel Logudoro all'istituzione di tribunali misti per le cause tra
Sardi e Genovesi. Nello stesso tempo veniva istituito un Console dei Sardi a
Genova. E come i Genovesi possedevano magazzini e case nei porti sardi,
altrettanto avevano i Sardi a Genova.
E’ interessante
notare che agli affari commerciali, sull'esempio delle donne genovesi[80],
non furono estranee le donne dell'isola, «che si recavano a Genova,
o al seguito dei propri genitori o mariti in viaggio, o perché unite in
matrimonio a Genovesi, o perché amanti di questi ultimi, come una certa Furada,
amante di Guglielmo Beiano»[81].
Nel 1188 Maria
Sarda depositava presso il banchiere Bernardo di Genova una somma di 11 lire di
genovini all'interesse dichiarato del 10%[82].
Nel 1203 un'altra sarda, Elena, contraeva una commenda con il cremonese Tealdo
per 40 soldi da commerciare in Sardegna[83].
Tra i mercanti
sardi, i più intraprendenti e i meglio organizzati erano certamente i
Sassaresi. Sassari prima del 1000 era non più che una semplice "villa";
ma nei due secoli successivi si sviluppò talmente da trasformarsi nel 1236 in libero Comune.
Da tempo molte famiglie sassaresi erano legate ai traffici commerciali con Genova. A Sassari si erano formate società commerciali fra mercanti genovesi e mercanti sassaresi. Questi ultimi si recavano a Genova e ritornavano in Sardegna con merci da vendere. A Genova, come nei due maggiori porti del nord dell'isola Porto Torres e Alghero, possedevano magazzini e case. Ricorrevano ai banchieri genovesi per ottenere prestiti, garantendo con merci o con prodotti della terra, facevano spesso da procuratori per riscuotere somme dovute nell'isola a mercanti liguri, si muovevano infine nel mondo genovese degli affari con larghi guadagni[84].
Qualche esempio.
Nel 1210 Ugolino di Levanto si impegnava con Arzocco sardo, Giovanni Alcherio
di Sassari, Pietro di Salvenno e altri al trasporto di alcune merci da Genova a
Porto Torres con la nave Pagasio[85].
Nello stesso anno Arzocco Corcusia di Sassari riconosceva a Genova, presenti i
sardi Giovanni de Scano e Michino Penna, di essere debitore verso il mercante
Oberto Bonavia di venti pezze di fustagno portate in Sardegna con la nave San
Giorgio[86].
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| Fig. 8: Carta del 1628 (Bitish Library) |
Nel 1234 si trovavano a Genova molti «maggiorenti» del
Logudoro, soprattutto Sassaresi, occupati in affari commerciali: Ugolino,
Mariano e Dorbino Penna, Raniero, Viadeleto, Bernardo Carbone, Arzocco de Gonale,
Comita Vate erano legati da un accordo al genovese Guglielmo Vento e trafficavano merci varie, che
portavano
dalla Sardegna a Genova[87].
Nel 1237 il
pellicciaio sassarese Guglielmo, figlio del fu Rodolfo, riceveva a Genova una
commenda di 23 libre di genovini per commerciarla in Sardegna. Il sassarese
Arzocco Gaiano importava da Genova taglieri e scodelle per commerciarli
nell'isola. Un altro sassarese, Guantino Alivaca, commerciava in tovaglie; un
abitante di Sassari, Corredino di Terdona, commerciava infine in grano[88].
Dal 1237 in poi gli esempi dell’attività
commerciale dei Sassaresi sono continui[89].
«A Sassari, inoltre, erano sorti forti
gruppi di famiglie legate ai traffici con Genova: i Remenato, i De Sen, i
Carbone, i Solario, questi ultimi di origine genovese, i Pinna, i Ligastro, i
Navithan; e gli interessi delle famiglie e dei mercanti genovesi si associavano
agli interessi di questi gruppi, che avevano le loro case entro le mura,
mantenevano le loro terre, sparse nel Logudoro, e, avviati al commercio,
formavano un nuovo ceto, la borghesia»[90].
Questo vigoroso e
fortunato impulso della vita economica sarda, dovuto soprattutto alla presenza
nell'isola dei mercanti pisani e genovesi, era destinato, come si è visto, se
non proprio a spegnersi completamente almeno ad affievolirsi notevolmente con
la venuta degli Aragonesi in Sardegna agli inizi del secolo XIII.







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