Sardegna isola del Mediterraneo: 2. Popoli invasori e miti di fondazione

2. Popoli invasori e miti di fondazione

Quale percezione avevano gli antichi Sardi della loro condizione di «isolani»? Come reagirono alle numerose invasioni che si sono succedute durante la lunga storia della Sardegna? Non è possibile rispondere a queste domande se prima non si chiarisce di quali «Sardi» si parla, essendo la questione dell’origine dei Sardi tutt’ora aperta. Poiché oggi nessuno è in grado di soddisfare con prove inconfutabili questa esigenza, tranne che in una forma generica, è lecito ritenere che le popolazioni giunte e rimaste stabilmente in Sardegna si siano assimilate agli indigeni, dando origine a una popolazione «sarda» in costante trasformazione. Pertanto, in questo scritto s’intendono per «Sardi» gli «abitanti» dell’isola che si consideravano «sardi», a prescindere dall'origine dei loro antenati.

2.1  Primi popoli invasori

Sardegna, isola del Mediterraneo (LoC 1569)
La Sardegna è stata invasa a più riprese, ma dei primi «invasori» si sa poco. I racconti che li riguardano sono narrazioni posteriori che dovevano servire non a una fedele ricostruzione dei fatti (impossibile in assenza di testimonianze e documenti certi), ma alla elaborazione spesso fantasiosa delle origini, talvolta ritenute «nobili»: i cosiddetti «miti di fondazione».

Benché tali racconti non vadano considerati in senso proprio come documenti «storici», essi forniscono elementi utili per rispondere ad alcuni interrogativi che ruotano intorno al problema dell'insularità. Infatti, soprattutto i Sardi delle zone costiere, non solo erano consapevoli di vivere su un’isola, ma ne conoscevano anche pericoli e vantaggi. In realtà non solo i Sardi, ma anche i Popoli succedutisi nel dominio della Sardegna dovevano essere consapevoli dei pericoli e dei vantaggi dell’occupazione totale o parziale dell’isola.

Tuttavia, né per gli uni né per gli altri l'insularità ha mai rappresentato una difficoltà insormontabile. Si direbbe, anzi, che i Popoli invasori abbiano scelto la Sardegna non tanto per depredarla di eventuali ricchezze, quanto piuttosto perché rappresentava uno scalo importante nella navigazione mediterranea, né troppo vicino né troppo lontano dall'Asia e dall'Africa, da dove sono partiti tutti i Popoli arrivati dal mare.

Giuseppe Manno (1786-1868)
Non è possibile qui rievocare, anche solo sinteticamente, la storia delle invasioni e delle dominazioni antiche subite dai Sardi, ma si sa che hanno lasciato molte tracce e soprattutto la fierezza di essere «sardi». Forse per questo, specialmente nella seconda metà dell’Ottocento, hanno sentito il bisogno, non diversamente da altri popoli, di rinnovare in chiave moderna gli antichi miti di fondazione creati soprattutto in ambiente ellenico, benché i Greci non abbiano avuto in Sardegna insediamenti stabili. I nuovi miti dovevano apparire più credibili e più fondanti e soprattutto dovevano creare una sorta di culto del passato sardo.

Per comprendere quanto si dirà in seguito sull'approccio dei Sardi all'insularità, almeno alcuni di questi miti antichi meritano di essere ricordati, tenendo presente l’avvertenza del grande storico sardo Giuseppe Manno (1786-1868) nella sua voluminosa Storia di Sardegna (1825-1827) quando segnalava al lettore l’«incertezza delle prime origini delle nazioni», le «notizie dei tempi favolosi troppo facilmente abbracciate dagli scrittori sardi» e le «opinioni arrischiate di alcuni dei medesimi che incominciarono la storia della Sardegna fin dai tempi prossimi al diluvio». Egli considerava infatti i miti antichi «racconti favolosi», anche quando sembravano conservare un «impercettibile germe di verità», o addirittura «bambolinaggini» (G. Manno, Storia di Sardegna, Libro Primo, Sommario, Capolago,Tipografia Elvetica, 1840, p. 2 e 25).

2.2  Miti antichi di fondazione

I miti di fondazione più remoti, sviluppati dai Greci soprattutto tra il III secolo a.C. e il II secolo d.C., parlavano di antiche divinità e di mitici eroi (Iolao, Sardo, Norax) all’origine del nome Sardegna e dei Sardi, anche perché i Nuragici (qui semplicemente le popolazioni alle quali si attribuisce la costruzione dei nuraghi) non tramandarono alcun nome autentico «sardo» dell’isola, nemmeno nel periodo di maggiore sviluppo della «civiltà nuragica» (all'incirca dal IX al V secolo a.C.), quando costruirono e utilizzarono, probabilmente a scopi differenti, il maggior numero dei circa 7000 nuraghi censiti in Sardegna.

Il “Sardus Pater” in una coniazione del I sec. a.C. 
Uno di quei miti, ripreso dagli storici Sallustio (86-52 a.C.) e Pausania (110-180 d.C.), vuole che Sardegna derivi dal nome del mitico condottiero «Sardo» approdato nell'isola in epoca prenuragica (ca. 6000-1700 a.C.) alla guida di genti (Libi) provenienti dall'antica Libia (nome con cui nell'antichità veniva indicata una vasta regione del Nord Africa). Essi avrebbero imposto con la forza la loro coabitazione con gli autoctoni, i quali finirono per considerare anch'essi il capo Sardo il «Padre Sardo» o «Padre dei Sardi», «Sardus Pater Babai» e venerarlo come un dio.

Un altro filone di ricerca sul nome Sardegna lo fa derivare dagli «Shardana», uno dei cosiddetti «Popoli del Mare», probabilmente, il più importante e influente, secondo alcune fonti archeologiche e papirologiche egizie del tempo dei faraoni del XIV-XII sec.

Per alcuni studiosi egiziani, i Nuragici erano discendenti degli Shardana,
guerrieri scelti del faraone Ramsete II (XIII sec. a.C.). Per altri ricercatori
gli Shardana erano uno dei cosiddetti Popoli del Mareda ricollegare piut-
tosto ai Sardi della Lidia. 
Gli Shardana, provenienti dall’Asia minore (dalla Lidia o dalla Siria) si sarebbero insediati in Sardegna nel XVII-XIV secolo a.C. e le avrebbero dato il nome grazie all’accostamento Shardana/Sardi e al toponimo dell’asiatica Sardi (grande centro degli Shardana).

Gli Shardana sarebbero pertanto gli autentici Sardi dell’età nuragica (ca. 1200-850 a.C.), anche se Giuseppe Manno sosteneva che «alle colonie orientali venute coi naviganti della Fenicia … devesi la costruzione dei noraghes» e «ogni ragion persuade che riferirsi debba l'edificazione dei noraghes alli più antichi popolatori della Sardegna».

In realtà, come detto, le origini dei Sardi restano ancora in gran parte sconosciute, come lo erano anche per gli antichi Greci che crearono i miti classici dell’origine della Sardegna, identificando gli Shardana/Sardi nei Sardanioi/Sardonioi e chiamando la Sardegna Ichnusa (dal greco ichnos, orma di piede umano), Sandaliotis (da sandalion, sandalo) e anche Sardò (dal nome del mitico condottiero dei Libi).

Chi ha costruito i nuraghi? Qual era la loro funzione?
(Nella foto: Nuraghe di Titirriola a Bolotana. Nel suo
 territorio se ne contano una ventina (rovine).
Quando i Romani conquistarono la Sardegna o almeno gran parte di essa (238 a.C.) - perché una parte dei Sardi riuscì a rifugiarsi nelle zone interne dell’isola, specialmente in Barbagia, allora un rifugio quasi inespugnabile - le cambiarono il nome in Sardinia, la terra dei Sardi, al posto dei nomi precedenti indicati dai Greci. Da allora il nome Sardegna, con leggere variazioni, non è stato più cambiato.

2.3  Miti moderni di fondazione

Nell'Ottocento, tuttavia, quando in numerosi Paesi europei si svilupparono i cosiddetti «miti di fondazione» per evidenziarne lo «spirito nazionale», anche in Sardegna si crearono nuovi miti per dare maggiore consistenza al culto del passato sardo e in particolare alla «gloriosa epopea dei Giudicati», benché G. Manno (1786-1868), nella citata avvertenza avesse messo in guardia sui «racconti favolosi» di certi scrittori sardi.

Di fatto, quasi contemporaneamente alla Storia di Sardegna di Manno cominciarono a circolare le Carte d’Arborea (da non confondere con la ben più rilevante Carta de logu di Eleonora d’Arborea), una serie di presunte pergamene riguardanti l'epoca e l’ambiente vicino alla famosa giudicessa. Benché dichiarate false (Berlino 1870), contribuirono a ravvivare in molti intellettuali isolani l’idea di «nazione sarda», con i suoi «eroi» antichi come Amsicora o Hampsicora (sebbene non fosse un sardo autoctono, ma un «sardo punicizzato» e probabilmente un grande latifondista sardo-punico) e moderni come Eleonora d’Arborea (cfr. L. Carta 2016), alla costruzione e diffusione dei quali anche Manno ha contribuito.

Per comprendere la portata delle Carte d’Arborea (false) e della stessa Carta de logu (vera) va ricordata la vicinanza temporale tra i due scritti. Le prime furono pubblicate tra il 1845-46 (primo documento) e il 1863 (raccolta definitiva), la seconda era stata abrogata nel 1827 a favore del Codice Feliciano, il Codice delle Leggi civili e criminali del Regno di Sardegna

, emanato dal Re di Sardegna Carlo Felice. E’ possibile che questa abrogazione sia apparsa a qualche intellettuale sardo come un tentativo di rimozione del mito di Eleonora d’Arborea e della stessa possibilità di costruzione di una «identità nazionale sarda», che avrebbe potuto contrastare con l’intento di sviluppare una «coscienza nazionale italiana» soprattutto dopo la «Fusione Perfetta» del 1847 (tra la Sardegna e gli altri Stati della terraferma) e la proclamazione del Regno d’Italia del 1861, con cui la Sardegna perdeva per sempre la propria sovranità e autonomia statuale.

In questo contesto, una riflessione sulla «nazione sarda» s’imponeva, nella prima metà dell’Ottocento, anche a causa sia della percezione crescente delle differenze sempre più evidenti tra Piemontesi e Sardi e sia della particolare situazione della Sardegna, poiché «i Sardi erano sudditi del sovrano sabaudo, ma mantenevano le antiche costituzioni politico-giuridiche del Regnum Sardiniae – di ascendenza medievale (secoli XIV-XV) e che giuridicamente resterà tale fino al 1847 – con una legislazione spesso diversa da quella continentale» (Maurizio Virdis 2012).

Va inoltre notato che, nello stesso periodo, in Sardegna andava sviluppandosi anche il sentimento non antitetico di appartenenza al Regno d’Italia, soprattutto dopo che l’Isola, grazie alle ferrovie, cominciava ad aprirsi al progresso e alla modernità (Marroccu 2003).

Purtroppo, la tentazione di mitologizzare il passato sardo sembra resistere ancora ed è facile incontrare, soprattutto in testi di carattere divulgativo, ricostruzioni della storia antica della Sardegna in cui si nega che Punici, Romani e Bizantini si siano impadroniti dell’intera isola, ritenendo, per esempio, che i Barbaricini - una popolazione dell’interno dell’isola che non accettava né la sottomissione a Bisanzio né la religione cristiana, allora religione di Stato - costituissero nella Barbagia una specie di Stato indipendente (scambiando, secondo Giuseppe Manno, per «indipendenza» «la licenza di ribalderie»), fino al 594 quando furono sconfitti da un esercito bizantino guidato da comandante Zabarda. In una di queste ricostruzioni, il capo dei Barbaricini, Ospitone, di cui ben poco si sa, essendo citato solo in due lettere del papa Gregorio Magno, appare come un eroe che ha saputo tener testa all'esercito bizantino.

In conclusione

Le considerazioni precedenti mi sono sembrate opportune perché, se si vuole affrontare con senso di concretezza e fondatezza il tema dell'insularità della Sardegna, si dovrebbe sgomberare il campo da premesse mitologiche e ideologiche senza fondamento, pur condividendo il processo su vasta scala di riscoperta del passato e dell’identità storica della Sardegna. Su questo terreno sarà più facile osservare nei prossimi capitoli come i Sardi hanno vissuto in epoche diverse la loro condizione di «isolani» e, soprattutto, se l’hanno vissuta più come un problema o come un’opportunità. (Segue)

Giovanni Longu


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